Perchè elaboriamo le foto?

Questo argomento, a mio modesto avviso, penso riguardi un pò tutti gli appassionati di fotografia, nella doppia veste di produttori ma anche di fruitori delle immagini altrui, oltre che delle proprie.

La domanda che mi/vi pongo non è nuova ma è uno di quei dilemmi epocali che ogni tanto vale la pena andare a ripescare dal “sacco dei dubbi” per sondare altre opinioni e capire se nel frattempo qualcuno ha trovato la risposta. Perdonerete la mia curiosità ma credo valga la pena affrontare l’argomento.

Tutto nasce dalla risposta di un carissimo amico ad una mia domanda sull’argomento. Risposta che recita: “vedi, recentemente, presi dalla smania della ricerca dell’originalità ad ogni costo ci stiamo abituando tutti a cercare di leggere tra le righe, tralasciando, invece, quello che di importante sta scritto “nelle righe” e che sta li… proprio sotto al nostro naso… ben chiaro e leggibile!”
Da questa risposta scaturisce la mia riflessione che mi piacerebbe analizzare insieme a voi, magari cominciando dal domandarci perchè elaboriamo le nostre immagini e tentando di trovare qualche risposta a questo quesito

Cosa spinge l’autore ad elaborare le immagini?

C’è una scuola di pensiero che sostanzialmente afferma che quando il nostro inconscio non è soddisfatto del risultato che abbiamo realizzato con lo scatto, si inneschi un meccanismo psicologico, comune a molti di noi, che ci induce a ricercare in quella stessa immagine un valore che magari manca o, che, malgrado i nostri sforzi in fase di ripresa, non è stato sufficientemente messo in evidenza. E’ in quel preciso momento che cerchiamo la risposta nella postproduzione.

Ma cos’è la postproduzione?

Innanzitutto c’è da distinguere tra “correzione” e “ostinazione terapeutica” differenza che equivale a quanto intercorre tra il curare un raffreddore piuttosto che il tentare di resuscitare un cadavere. Ovviamente, al netto del miracolo… sempre possibile!

Fino a qualche anno fa, una foto non venuta bene si cestinava. Oggi, sappiamo tutti che esistono vari tipi di intervento postumo che si possono applicare alle nostre immagini digitali, nell’intento di apportarvi una qualche miglioria e provare anche ostinatamente a recuperare in qualche modo quella che per varie ragioni è diventata un’occasione persa a causa di un errore in ripresa o alla pura casualità.

Si può spaziare da un semplice intervento poco invasivo che va dal taglio, alla regolazione dell’esposizione, contrasto e sharpness a interventi più incisivi quali il cross processing e il viraggio tonale, finendo con l’HDR e la clonazione di una o più parti che rappresentano una più profonda manipolazione-stravolgimento dell’immagine di partenza.

Al di la del fatto che ciascuno di noi può avere dimestichezza o meno con questi sistemi per realizzare la post, esiste un personale “limite” oltre il quale decidiamo che quel risultato è eccessivo. Questo limite è diverso per ciascuno di noi e viene mentalmente elaborato ed assunto come tale secondo parametri inconsci quali i nostri gusti estetici, le esperienze personali quali il nostro vissuto in ambito fotografico e da altri aspetti più profondi che esulano da questa discussione e che riguardano propriamente quella scelta inconscia di ciò che è o, meglio, ci appare “bello” e ciò che riteniamo non lo sia. Va da se che ciascuno di noi, secondo questo criterio, di fatto realizza il proprio “metro”, fissando l’asticella dell’accettabile ad una precisa misura, e assumendo che tutto ciò che dovesse trovarsi oltre tale misura cadrà inesorabilmente nell’errore o nel “non accettabile”.

Seguendo queste tendenze, negli ultimi anni, le case produttrici di software di fotoritocco sono venute incontro a queste nuove necessità, dotandoci di un innumerevole parco di strumenti adatti ad intervenire a tutti i livelli nelle immagini che produciamo. Questo ha provocato in noi una spinta in avanti inducendoci a “osare” sempre di più, alla ricerca di quel miglioramento che possa fare la differenza tra un’immagine a nostro giudizio modesta e un’altra, risultato della postelaborazione, che invece, secondo i nostri personali parametri, riusciremo a codificare come “bella” o , comunque, meritevole di attenzione.

Sia chiaro, anche in tempi “analogici” i fotografi, con mezzi certamente più modesti di quelli attuali, riuscivano a realizzare quella che comunemente chiamiamo postproduzione ma, evidentemente, entro certi limiti oltre i quali, per mancanza di mezzi idonei, non era possibile spingersi.

Impegnati in questa ricerca dell’impossibile, abbiamo prodotto immagini con un impatto visivo straordinario, la cui realizzazione, fino a pochi anni fa era impensabile o, al più, solo appannaggio di pochi.
Immagini che spesso sono vuote e prive di un soggetto forte, come dovrebbe essere, e che in ogni caso poco o nulla hanno a che fare con la realtà che avevamo fotografato.

In pratica, ci è stato consegnato uno strumento che ci ha permesso di spostare l’attenzione dell’osservatore dal reale soggetto al contesto dello stesso o verso altri aspetti della stessa immagine.

Questa piccola rivoluzione, creata soprattutto a vantaggio di chi è alle prime armi, per permettergli di avere una seconda chance, oltre alla fase di ripresa, e tentare in una fase successiva, con più calma, di recuperare e/o realizzare qualcosa di “particolare” o comunque “interessante”, nella realtà, ha finito per sedurci un pò tutti.
Si tratta di strumenti che ci hanno permesso, a volte, di fare addirittura a meno di un soggetto fotografico vero o di una bella composizione ma di riuscire comunque a catturare l’attenzione di chi osserva con aspetti quali cromatismi particolari o, altri elementi prima giudicati poco rilevanti, secondari o, comunque di “contorno” al soggetto stesso. Risultati oggi molto semplici da realizzare davanti al PC ma il cui prodotto finale spesso ha poco o nulla a che fare con quella fotografia che intendevamo fino ad alcuni anni fa.
Colpiti da queste “prodezze” semiautomatiche, alla ricerca del nuovo e dell’impossibile, magari solo per provare, abbiamo perseguito questa strada che negli ultimi anni ci ha condotti a realizzazioni sotto alcuni aspetti tanto “perfette” quanto inverosimili perchè spesso prive di un punctum. Ma, come se non bastasse, durante questo tragitto verso l’infinito ci siamo ostinati a sostenere tesi “acrobatiche” per giustificare o spiegare il senso di quell’immagine a chi, restando ancorato ai concetti classici della fotografia ci chiedeva un perchè di quella scelta.
Penso che tutto questo movimento digitale, negli ultimi anni, abbia influito molto nel comune modo di intendere la fotografia e in moltissimi casi interamente “forgiato” quei giovani fotografi arrivati a scoprire questo mondo affascinante solo in epoca digitale.

In conclusione

Questa rivoluzione tecnologica , ha comunque prodotto molti aspetti positivi… è il progresso… e tantissimi bravi artisti sono nati proprio grazie ad essa.
Ma, molto più spesso, presi come siamo dal produrre sempre cose nuove e trovare nuove soluzioni “spinte” non ci siamo accorti di avere perso stradafacendo il senso della misura, a volte tralasciando di apprezzare opere di alcuni autori, magari anche bravi ma che hanno la “colpa” di essere rimasti legati a concetti più tradizionali. Ed ecco che in tutto questo, c’è chi in un semplice rettangolo nero ci vede il genio, l’opera d’arte o la nuova frontiera della fotografia.

Forse è il caso di riflettere un pò sul dove stiamo andando e con che mezzi

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